
Il punto sulle TEA in Italia
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Qui il programma del festival che si chiuderà il 16 maggio in bellezza con la staminalista e senatrice a vita Elena Cattaneo

Com’eravamo: pieni di speranze per la ricerca agbiotech (anni ’90), ostaggio dell’opposizione agli OGM (anni 2000), rassegnati allo stallo (anni 2010). Come siamo: in piena ripartenza (con 4 notifiche per campi sperimentali presentate nel 2024). Per i veterani del dibattito italiano sulle biotecnologie agrarie, la storia ricostruita da alcuni dei suoi protagonisti sulla rivista della European Molecular Biology Organization è un amarcord che mette ordine nel passato. Per i più giovani sarà un viaggio alla scoperta degli eventi che hanno quasi ucciso questo settore di ricerca e del deus ex machina che l’ha rivitalizzata in extremis.
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Le viti dell’Università di Verona sono già in campo, poi potrebbe essere la volta di Fondazione Edmund Mach e di CREA-CNR. Si tratterà sempre di Chardonnay, editato per resistere alla peronospora (ma con doppio knock-out) o all’oidio. Ne ho parlato con Mario Pezzotti, Sara Zenoni, Umberto Salvagnin, Riccardo Velasco e Vittoria Brambilla. Tornare su Nature Biotechnology per me è una gioia, anche perché questa volta l’Italia fa da apripista, anziché tirare il freno all’innovazione genetica. Prosit!

A metà maggio la notizia dell’avvio in Italia della prima sperimentazione in campo con una pianta editata era stata festeggiata sui media (molti di voi lo avranno letto su Le Scienze o magari su Scienza in rete, oppure ascoltato a Radio 3 Scienza o Ci vuole una scienza). Meno di due mesi dopo la messa a dimora nei pressi di Pavia, il deprecabile attacco vandalico sferrato da ignoti contro le innocue piantine di riso ha fatto ancora più clamore, arrivando persino su Science. Per fortuna non tutto è andato perduto: alcune piante si sono salvate e con loro la speranza di portare a termine questa sperimentazione e di avviarne di nuove. Ne abbiamo parlato con Vittoria Brambilla, che insieme a Fabio Fornara ha sviluppato il riso editato e ha ottenuto l’autorizzazione a studiarlo in campo per verificare se i ritocchi genetici effettuati con la tecnica CRISPR lo hanno reso più resistente al brusone, un’infezione fungina. (Prosegue su Agriscienza)

L’apertura decisa per quest’anno deve essere prorogata, per questo l’Associazione Luca Coscioni raccoglie firme e si rivolge al Parlamento. Il campo sperimentale avviato da Vittoria Brambilla e Fabio Fornara prosegue, nonostante l’attacco vandalico subito. Ma la raccolta dei dati sul riso modificato per resistere al brusone non può basarsi su un solo anno, e molte altre piante TEA sviluppate in Italia meritano di essere testate in condizioni realistiche. Io ho firmato, potete farlo anche voi a questo link.

Avendo assistito di persona alla festosa inaugurazione della prima sperimentazione in campo di una pianta CRISPR sviluppata in Italia, condividiamo lo sconcerto e la tristezza di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara della Università Statale di Milano per la distruzione da parte di ignoti delle innocue piantine, che rappresentavano una speranza per l’agricoltura e la ricerca nel nostro paese. A seguire il comunicato stampa ufficiale. In coda i link agli articoli scritti per Nature Italy, Le Scienze e Scienza in Rete.
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Simona Regina dialoga con Vittoria Brambilla e Anna Meldolesi sulla prima sperimentazione italiana in campo con una pianta CRISPR. Ecco il link per ascoltarci!
La rete delimita ventotto metri quadrati di nudo terreno, in mezzo alla campagna pavese. Al suo interno si muove una decina di ricercatrici e ricercatori dell’Università di Milano. Il computer portatile appoggiato a terra mostra lo schema delle parcelle. Un metro viene srotolato per segnare le coordinate sulle zolle. Le targhette gialle da conficcare nel suolo sono pronte: la scritta TEA (tecniche di evoluzione assistita) serve a segnalare le piante di riso geneticamente editato nella speranza di renderlo più resistente a una malattia fungina (il brusone), mentre la sigla WT indica le wild-type, che non sono state modificate e servono come gruppo di controllo. Eccole lì, duecento di un tipo più duecento dell’altro, finora erano cresciute al sicuro dentro a una cella climatizzata ed è finalmente arrivato il momento di trasferirle all’aperto. Il terreno però si è seccato troppo, colpa del sole degli ultimi giorni. “Zappe, servono delle zappe” dice Vittoria Brambilla, che insieme a Fabio Fornara è l’artefice dell’esperimento. “E annaffiatoi”, aggiunge il biotecnologo Roberto Defez, arrivato da Napoli per dare una mano. Poi speriamo che piova, la prima settimana di vita all’aperto è la più delicata. (Continua su Scienza in rete)