Un esperimento durato 20 anni uscito su Nature Communications ha dimostrato che la clonazione seriale di un singolo topo raggiunge un limite insuperabile alla 58ª generazione. Le mutazioni del DNA si accumulano in modo incontrollato, rendendo impossibile continuare. Questa scoperta, come vedremo, potrebbe avere delle conseguenze anche per alcuni filoni di ricerca basati sull’editing genomico.
Le nuove metodologie di approccio (NAM) hanno un brillante futuro davanti ma andrebbero considerate complementari anziché alternative alla sperimentazione classica.
Gli enti regolatori e finanziatori in Usa ed Europa stanno promuovendo iniziative ambiziose per favorire lo sviluppo e l’adozione di sistemi avanzati capaci di testare gli effetti di farmaci e altre sostanze chimiche senza ricorrere all’utilizzo di cavie. La speranza è che la ricerca biomedica possa diventare al tempo stesso più etica, più sicura e più economica. Ma la sfida è complessa e le esigenze possono variare a seconda delle applicazioni, cosicché alcune voci chiedono di affrettare la “transizione” mentre altre ammoniscono che sarebbe rischioso bruciare le tappe. Gli articoli pubblicati recentemente dalle più influenti testate scientifiche fotografano un dibattito polarizzato ma suggeriscono anche una possibile sintesi. (Continua su Osservatorio Terapie Avanzate)
Sono nati al Roslin Institute dell’Università di Edimburgo, lo stesso centro che nel 1996 ha dato i natali alla pecora Dolly. Ma a renderli speciali questa volta non è stata la clonazione, ma l’editing. Grazie a un colpetto di CRISPR, infatti, questi maiali sono diventati immuni a una malattia virale altamente contagiosa e spesso letale: la peste suina classica.
L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha respinto la richiesta di moratoria e approvato una risoluzione che riconosce rischi e benefici delle tecniche SynBio, auspicando valutazioni caso per caso
Una piccola carrellata delle notizie che ci siamo persi durante il mese di agosto. L’agenzia Reuters racconta le polemiche sui cavalli editati dalla Kheiron Biotech per il potenziamento dei muscoli. In Argentina le tecnologie riproduttive veterinarie sono all’avanguardia e il ricorso alla clonazione in campo ippico è accettata, ma per ora gli animali geneticamente editati non sono ammessi alle competizioni di polo.
Sin dalle sue origini Homo sapiens ha spinto molte specie sull’orlo dell’estinzione, e talvolta irrimediabilmente oltre. Lo abbiamo fatto per sfamarci, difenderci, colonizzare, coltivare, bonificare, arricchirci. Spesso senza esserne pienamente consapevoli. Farlo oggi, intenzionalmente, nell’epoca dei trattati sulla biodiversità e degli sforzi per la conservazione, può apparire come un atto assurdo ed estremo. Ma non mancano gli esempi di organismi considerati altamente nocivi per la salute o per l’ambiente. In quali circostanze sarebbe ammissibile eliminarli ricorrendo alle tecnologie genetiche? Abbiamo il diritto di cancellare dalla faccia della Terra un’altra forma di vita? Probabilmente queste domande non hanno una sola risposta giusta, ma un gruppo di biologi, ecologi, naturalisti, bioeticisti e scienziati sociali ha organizzato un workshop per discuterne e ha provato a rispondere sulla rivista Scienceanalizzando tre casi concreti: la mosca assassina (Cochliomyiahominivorax) in Sud America, la zanzara della malaria (Anopheles gambiae) in Africa, i topi e i ratti (Mus musculus, Rattus rattus, Rattus norvegicus) nelle isole dell’Oceania. [Continua su Le Scienze]
Il settore zootecnico è quello in cui le modificazioni genetiche classiche hanno incontrato più resistenza ma presto i consumatori americani potranno mettere in tavola la carne dei primi animali editati: i maiali immuni al virus PRRS.
Costine con salsa BBQ, pulled pork, bacon croccante. Nel prossimo futuro chi andrà negli USA probabilmente avrà l’opportunità di assaggiare i classici piatti della tradizione americana in veste geneticamente editata. La Food and Drug Administration infatti ha dato il via libera ai primi maiali il cui genoma è stato corretto con CRISPR per renderli resistenti a una grave malattia virale: la sindrome riproduttiva e respiratoria suina (PRRS). L’occasione è ghiotta anche per i vegetariani come me, perché consente di ragionare sull’applicazione dell’editing genetico al settore zootecnico e magari anche di sfidare qualche pregiudizio frutto della cattiva informazione. Se avete visto il fortunato film-documentario di Giulia Innocenzi Food for profit, ad esempio, è quasi inevitabile che vi siate fatti un’idea sbagliata dell’ingresso delle biotecnologie avanzate in questo comparto.
I metalupi “geneticamente resuscitati” dall’azienda statunitense Colossal hanno fatto sgranare gli occhi a mezzo mondo con la loro bellezza ma hanno anche scandalizzato molti commentatori. Tra questi: i fustigatori del sensazionalismo mediatico, i puristi della scienza fatta come peer-review comanda (quella che procede con le pubblicazioni ufficiali anziché con i video su youtube) e i naturalisti che combattono ogni giorno con la scarsità dei fondi disponibili per salvare le specie messe a rischio dal sovrasfruttamento del pianeta e dai cambiamenti climatici. Ciascuno ha le sue buone ragioni, per carità. Salvo il fatto che la valanga di puntualizzazioni rischia di far perdere di vista i fatti.
A che punto è l’applicazione di CRISPR in agricoltura? Il 2024 è stato un anno di svolta in Italia, con le prime sperimentazioni in campo di riso e vite editati per resistere meglio ad alcune malattie fungine. E nel resto del mondo? L’Innovative Genomics Institute ha fotografato lo stato dell’arte e il bilancio è positivo. Diamo un’occhiata insieme.
Questo video è stato prodotto dall’Innovative Genomics Institute, il centro fondato da Jennifer Doudna per portare i benefici della ricerca genomica nel mondo reale. Racconta come i ricercatori cercano di raggiungere un obiettivo ambizioso: modificare i microbi produttori di metano che rendono l’allevamento di bovini tanto dannoso per il futuro del clima. L’audio è in inglese, perciò a seguire riportiamo il trascritto in italiano.