Eppur si muove. Il dibattito che vorrei su CRISPR in agricoltura

Pochi giorni fa ho partecipato alla tavola rotonda sull’editing genomico organizzata da Confagricoltura al CicapFest. L’appuntamento è arrivato pochi giorni dopo le aperture sull’uso delle biotecnologie in agricoltura del Ministro Bellanova (che si è detta favorevole a riaprire il dibattito sugli Ogm) e del presidente di Coldiretti Ettore Prandini (che l’ha esortata a lavorare in sede europea a favore dell’editing genomico). Qui metto nero su bianco alcuni dei concetti che ho espresso dialogando con il genetista Michele Morgante, l’agronoma-imprenditrice Deborah Piovan, la moderatrice Beatrice Mautino e il pubblico di Padova, nella speranza che possano illuminare alcuni punti cruciali.

Il verdetto della Corte europea che oltre un anno fa ha equiparato CRISPR agli Ogm è stato un brutto colpo, sta alla nuova Commissione provare a risolvere quello che i suoi stessi consulenti scientifici considerano un pasticcio. Talk the talk, walk the walk: le buone intenzioni dovranno camminare lungo le strade di Bruxelles. La politica tende naturalmente a evitare decisioni impopolari, ma il punto di partenza di qualsiasi ragionamento sull’accettazione pubblica deve essere che siamo all’inizio del dibattito: la maggioranza dei consumatori non sa nemmeno cosa sia CRISPR. I soggetti più vocali, invece, hanno già i loro slogan: per gli oppositori le piante editate sono Ogm mascherati, mentre per i sostenitori CRISPR è una tecnologia sostenibile e smart. Quanto sono realmente mobili gli schieramenti?

L’Italia presenta certamente delle peculiarità, a cominciare dal rapporto sentimentale che abbiamo con il cibo e dalle difficili relazioni esistenti tra politica e scienza. A un summit internazionale di sondaggisti, ci è stato attribuito il primo premio per le percezioni sbagliate. Bobby Duffy nel suo ultimo libro pubblicato da Einaudi prova a spiegare cosa rende alcuni paesi più vulnerabili alle percezioni sbagliate, indicando interessanti correlazioni non solo con i tassi di istruzione ma anche con il livello di emotività e di populismo presenti nelle diverse culture nazionali. Credo che abbia ragione, ma in generale vale per noi quello che vale per gli altri: anche nelle materie più controverse, la maggior parte delle persone è meno schierata di quanto si pensi. La reazione più comune non è l’ostilità ma l’apatia. C’è chi tende a pensare che la priorità sia riaffermare con forza le proprie ragioni di fronte ai contrari, ma i toni devono essere diversi se l’obiettivo è conquistare l’attenzione delle persone che non hanno ancora un’opinione radicata.

Siamo alle prese con un serpente che si morde la coda. L’accoglienza che la società riserverà alle piante editate dipenderà in buona parte da quali prodotti arriveranno allo stadio della commercializzazione. Il buonsenso suggerisce che il pane con zero glutine per i celiaci allo studio in Spagna incontrerebbe più favori di un nuovo tipo di soia resistente agli erbicidi. I pomodori con la polpa soda che vuole sviluppare il Crea nell’ambito del progetto italiano BIOTECH potrebbero suscitare più interesse nei consumatori di un ingrediente editato per semplificare la lavorazione dei cibi processati. Il problema è che i frutti che CRISPR ci darà sul campo non dipendono solo dalla biologia delle piante e dalla buona volontà dei ricercatori, ma anche e soprattutto dalle regole che la politica deciderà di varare appellandosi anche all’opinione pubblica. Se sull’editing graveranno gli stessi oneri burocratici e gli stessi ostruzionismi che gravano sugli Ogm, questo scoraggerà la ricerca pubblica e anche le piccole società, lasciando in gioco solo le grandi aziende che sono legittimamente interessate a produrre commodities destinate per lo più a usi industriali. L’analisi della letteratura scientifica rivela che l’editing vegetale ha due leader (la Cina e gli Usa) e che le specie su cui si fa la gran parte della ricerca sono riso e mais. Il presupposto per avere delle biotecnologie su misura per il made in Italy è un ecosistema socio-politico che ne favorisca lo sviluppo.

La scienza non risponde a tutte le domande che le persone si fanno sul miglioramento genetico. I dubbi di fondo sono spesso etico-sociali. Ma gli oligopoli dei poteri forti rischiano di essere una profezia che si autoavvera. Se arrivare sul mercato è una corsa ad ostacoli, solo i big taglieranno il traguardo. Se desideriamo un panorama plurale, dobbiamo avere regole che consentano anche ai piccoli di restare in partita. CRISPR è una tecnologia a vocazione “democratica”, perché è poco costosa e i diritti di proprietà intellettuale sul suo uso in campo agrario (per il momento) sono gestiti in modo piuttosto soft. Occorre ricordare spesso e volentieri che la sovraregolamentazione avrebbe l’effetto di soffocare questo potenziale di pluralismo.

Sarebbe sbagliato mettere in scena per CRISPR una replica del dibattito che abbiamo avuto sugli Ogm, è necessario rimettere in discussione le divisioni ideologiche e ripartire da capo. Rispetto a venti anni fa non sono cambiate solo le tecniche con cui si fa miglioramento genetico, è cambiato l’ecosistema mediatico con l’avvento dei social network e sta cambiando anche lo scenario politico. Oltre alla novità dei partiti sovranisti, c’è un rinnovamento in atto nel mondo dell’ambientalismo che facciamo ancora fatica a inquadrare. CRISPR ha un ruolo da giocare nell’adattamento dell’agricoltura al global warming, come riconosce l’IPCC. Inoltre a me, come consumatrice, interesserebbe più poter leggere nelle etichette degli alimenti quanti gas serra sono stati immessi in atmosfera durante la loro produzione che sapere se un cibo è CRISPR, convenzionale o bio, e penso di non essere la sola. Ma come vogliamo parlarne ai giovani delle borracce, alla generazione Greta?