Una giuria popolare per l’editing?

Esce oggi su Science un intervento firmato da 25 studiosi che propongono un esperimento inedito di tipo sociale. Far discutere delle problematiche relative all’editing un gruppo di un centinaio di persone che avrebbe l’onore e l’onere di rappresentare le opinioni del mondo. Scelti per rappresentare la popolazione globale in tutta la sua diversità, dovrebbero essere uomini e donne di ogni continente, differenti per età, livello di istruzione, appartenenze socio-culturali. Un po’ focus group, un po’ assemblea di condominio globale, un po’ super-giuria popolare.

Ma a cosa servirebbe questa piccola Onu della gente comune? A evitare che le nuove tecnologie vengano paracadutate già belle e pronte su una società che potrebbe non essere pronta ad accoglierle, a costruire ponti di fiducia, a ribadire che oltre alle argomentazioni tecniche contano anche valori e sentimenti popolari.

Concretamente, i cento membri sarebbero chiamati ad ascoltare le presentazioni degli esperti, a discutere tra loro e infine mettere per iscritto raccomandazioni e preoccupazioni, con l’aiuto di una schiera di traduttori simultanei. Questo processo, secondo i promotori, potrebbe essere calendarizzato in modo che le assemblee dei cittadini precedano di poco i futuribili negoziati ufficiali che si terranno sugli stessi temi presso le Nazioni Unite, quelle vere.

Tra gli autori della proposta compaiono pochi scienziati (tra cui il genetista George Church, uno dei padri di CRISPR) e molti sociologi. Ma l’esperienza di un’assemblea globale dei cittadini non è mai stata tentata finora e non mancheranno gli scettici. Perché sono tutti d’accordo che la partecipazione è bella e necessaria, il problema è come organizzarla in modo che non venga strumentalizzata e come utilizzare i risultati.

Oltre due anni fa la proposta che fece discutere fu quella di un Osservatorio globale sull’editing, ed è rimasta sulla carta perché certe cose sono più facili a dirsi che a farsi. Forse quello che ci disse in quell’occasione la bioeticista Alta Charo potrebbe essere utile anche adesso. “Una conversazione ampia è benvenuta, così come qualunque sforzo per adattare le strutture politiche ed economiche per far sì che gli avanzamenti tecnologici riducano le disuguaglianze”.

Ma pensare di fermare la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico “per paura di turbare le norme culturali, religiose o familiari esistenti” rischia di essere una perdita per tutti. “Il cambiamento non è solo inevitabile, è l’essenza dell’umanità”, sostiene la studiosa dell’Università del Wisconsin.

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