Per la Corte UE le piante editate sono OGM. Il futuro di CRISPR è meno verde.

Curia

Le piante modificate con le nuove tecniche di editing genomico sono degli OGM e come tali vanno regolamentate. Lo stabilisce una sentenza emessa dalla Corte Europea in relazione a una richiesta di chiarimenti avanzata dalla Francia. La notizia rappresenta una doccia fredda per i genetisti vegetali del vecchio continente, che avevano salutato l’arrivo dell’editing, e in particolare della tecnica CRISPR, come una grande chance per far ripartire la ricerca dopo 20 anni di ostruzionismo politico-regolatorio sugli OGM.

Le argomentazioni della Corte sono in netto contrasto con i pareri espressi finora dalla comunità scientifica, secondo cui l’editing meriterebbe una regolamentazione leggera e caso per caso, almeno quando non comporta l’inserimento di materiale genetico estraneo. Infatti, se l’intervento consiste nella semplice correzione delle lettere del DNA della pianta, nella loro collocazione originaria, il risultato può essere indistinguibile dalle sostituzioni nucleotidiche che avvengono ogni giorno, in modo del tutto naturale, nel genoma di tutti gli organismi. Da questo punto di vista, secondo i ricercatori, il procedimento assomiglia alle pratiche convenzionali di miglioramento genetico più che all’ingegneria genetica, che invece prevede lo spostamento di interi geni da un organismo all’altro. Dalle moderne biotecnologie, però, l’editing ha preso e sviluppato altri pregi, perché consente di sapere esattamente cosa si va a cambiare, e permette di farlo in modo mirato, mentre gli ibridatori convenzionali modificano i genomi senza sapere esattamente quali mutazioni trasferiscono e selezionano. Se pensiamo all’ereditarietà come a una slot machine, per vincere un set di caratteristiche utili con i metodi tradizionali occorrono molte giocate e una grande dose di fortuna. La mutagenesi classica (ottenuta con radiazioni e sostanze chimiche) ha dato agli agronomi un pacchetto extra di monete da giocare, per usare la metafora proposta da Carl Zimmer. Ma è solo con gli approcci biotech degli ultimi decenni che ci siamo emancipati dalla tirannia della sorte e, paradossalmente, sono proprio i procedimenti più avanzati a finire nel mirino dei regolatori.

Sottoporre le piante editate con CRISPR alla stessa mole di controlli e oneri burocratici a cui oggi sottostanno gli OGM, come prevede la sentenza, significherebbe far lievitare tempi e costi per lo sviluppo e la commercializzazione di nuove varietà, mettere a rischio i finanziamenti per questo promettente filone di ricerca, consegnare il futuro delle nuove biotecnologie nelle mani dei paesi extra-europei più aperti all’innovazione e delle grandi aziende sementiere che, a differenza della ricerca accademica e delle piccole società, possono sobbarcarsi i costi della sovraregolamentazione, almeno per quanto riguarda le materie prime commercializzate su larga scala. Concretamente questo vorrebbe dire rinunciare ad applicare CRISPR e altri metodi innovativi per risolvere i problemi dei nostri prodotti tipici e del comparto produttivo europeo, condannando le nuove biotecnologie a ripercorrere la stessa parabola delle vecchie, e circoscrivendone il successo al regno delle commodities e delle multinazionali.

La sentenza riconosce la possibilità di esentare dalle severe regole relative a controlli pre-marketing, tracciabilità, etichettatura e monitoraggio le piante prodotte con le tecniche di mutagenesi più datate, incorrendo così nell’errore di scambiare l’età delle tecnologie per una prova di sicurezza d’uso. Dal punto di vista scientifico si tratta di un palese non-senso, perché si favoriscono i sistemi grossolani, a discapito delle nuove tecniche di precisione. La Corte non si è limitata a interpretare la legge, ma ne ha dato una lettura politica, secondo Michele Morgante dell’Università di Udine, perché ha preso per buoni i presupposti fallaci del Consiglio di Stato francese. “Che errore sostenere che il genome editing muta gli organismi come non avverrebbe in natura”, commenta anche Emidio Albertini dell’Università di Perugia. “Chi stabilisce quanti anni di coltivazione e consumo servono perché i prodotti di una certa tecnologia siano considerati sicuri?”, si chiede Roberto Defez, del CNR di Napoli. Secondo il presidente della Siga, Mario Pezzotti, ora si pongono almeno due problemi sul tavolo. Numero uno: stabilire lo spartiacque tra mutagenesi tradizionale e non-tradizionale, chi lo farà e in base a quali criteri? Numero due: risolvere il rebus della tracciabilità delle piante editate che, nel caso di correzioni mirate, possono risultare indistinguibili dalle piante convenzionali. “L’unica via d’uscita sarebbe riscrivere da capo la direttiva sugli OGM”, ci ha detto Pezzotti. La comunità scientifica, del resto, ha sempre sostenuto che una buona regolamentazione dovrebbe discriminare i singoli prodotti sulla base delle loro effettive caratteristiche e del profilo di rischio di ciascuno, non del procedimento usato per produrli. Questo sì che assicurerebbe un futuro più verde a CRISPR e all’innovazione nei campi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...