Il corpo umano attacca CRISPR. Possiamo rimediare?

MIT tech rev 5 Jan 2018“Ehi. CRISPR potrebbe non funzionare sulle persone”. Leggendo un titolo così sul sito della MIT Technology Review, con la firma di Antonio Regalado, i dolcetti della befana mi sono andati di traverso. Ma niente paura la notizia non è poi così brutta come sembra. Matthew Porteus e i suoi colleghi della Stanford University hanno analizzato il sangue di qualche decina di adulti e neonati, scoprendo che la maggior parte di loro è immune all’ingrediente di base della tecnologia CRISPR: la proteina taglia-DNA presa in prestito dai batteri Staphylococcus aureus o Strepyococcus pyogenes (le due varianti si chiamano rispettivamente SaCas9 e SpCas9). La scoperta, descritta sul sito per la pre-pubblicazione rapida bioRxiv, in fondo non è nemmeno sorprendente. Questi due microrganismi vivono spesso nel corpo umano e possono risultare patogeni, perciò è naturale che le nostre difese immunitarie riconoscano le loro componenti, mobilitando anticorpi e cellule guardiane. Questo rappresenta un problema per l’uso di CRISPR nella terapia genica? Certo che sì: il sistema immunitario, infatti, potrebbe eliminare le cellule in cui il difetto genetico è stato corretto, rendendo il trattamento inefficace, e potrebbe anche scatenare una risposta infiammatoria, rendendo il trattamento tossico. Ma si tratta di un problema insormontabile? La risposta è dipende, vediamo perché. Se il trattamento è di tipo ex vivo, ovvero prevede che le cellule del paziente siano estratte dal suo corpo per essere corrette e poi reintrodotte, la proteina Cas9 non sarebbe esposta direttamente agli anticorpi, come invece accadrebbe in alcuni tipi di trattamento cosiddetto in vivo, in cui la correzione avviene direttamente dentro al corpo del malato. Certo, i linfociti T potrebbero attaccare anche le cellule che sono state modificate ex vivo, se esponessero in superficie pezzetti della proteina taglia-DNA. Ma questo problema potrebbe essere gestito in vari modi, ad esempio ritardando la reintroduzione delle cellule trattate, perché l’esposizione di SaCas9 o SpCas9 è transitoria, o usando degli immunosoppressori. Non bisogna nemmeno dimenticare che esistono molte varianti della proteina Cas9, che possono essere prese in prestito da batteri che non infettano l’uomo e che il nostro sistema immunitario non è pronto a riconoscere e attaccare. E perché no, si potrebbero usare anche delle Cas9 ricombinanti, ovvero riprogettate dai ricercatori in modo da non essere prese di mira dalle difese immunitarie. Insomma, la befana avrebbe potuto portare notizie migliori, ma il nostro motto vale ancora: keep calm and crispr on.

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