Brevettare le piante TEA sarà possibile?

Bruxelles è alla ricerca di un compromesso sul nodo dei brevetti dopo che il Parlamento europeo ha introdotto un emendamento per vietarli all’interno del regolamento sulle nuove tecniche genomiche

La revisione del quadro regolatorio sulle piante geneticamente modificate in corso in Europa ha lo scopo di tenere il passo con i progressi tecnologici e favorire lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile. La comunità scientifica, l’industria sementiera e le principali associazioni degli agricoltori ne giudicano positivamente l’impianto, ma c’è ancora qualche diavolo nascosto nei dettagli.    

Supponiamo di aver editato una varietà di pomodoro con l’aiuto di CRISPR: non contiene DNA estraneo, presenta soltanto una mutazione favorevole che in teoria – con molta fortuna – avrebbe potuto verificarsi naturalmente. Supponiamo anche che questa mutazione sia utile a proteggere la pianta da qualche malattia e dunque a ridurre l’applicazione di prodotti chimici, oppure che rafforzi la sua resilienza alla siccità. Questa nuovo tipo di pomodoro sarebbe indistinguibile da una pianta convenzionale e meriterebbe di essere regolato di conseguenza, senza cadere nelle restrizioni previste per gli OGM classici, che invece contengono geni provenienti da specie diverse (per imparare a districarsi tra biotecnologie vecchie e nuove, si veda la breve guida per consumatori perplessi su Le Scienze). Resta da rispondere a una domanda: per quanto riguarda la protezione giuridica della nuova varietà, vanno bene i brevetti biotecnologici usati per gli OGM o per il nostro pomodoro editato devono valere i “diritti dei costitutori” che si applicano alle varietà prodotte con metodi tradizionali?

La questione ha rilevanza pratica e anche simbolica. Pratica perché decidere il tipo di protezione che verrà riconosciuto ai genetisti vegetali che creano una nuova varietà avrà ripercussioni sugli incentivi a innovare e sulla facilità di accesso alle innovazioni. Simbolica perché mettere insieme le parole biotecnologie e brevetti evoca immediatamente lo spettro della privatizzazione del sapere e la minaccia dei monopoli sulle risorse agroalimentari.

La Commissione europea aveva evitato di mescolare i piani nella sua proposta di regolamento presentata nel 2023 in materia di nuove tecniche genomiche (NGT), dette anche tecniche di evoluzione assistita (TEA). L’autorizzazione normativa, in effetti, serve a garantire la sicurezza dei consumatori e dell’ambiente, mentre la proprietà intellettuale riguarda i diritti economici riconosciuti agli artefici di un’innovazione. Per gli OGM le due materie sono regolate da due direttive diverse (rispettivamente la 2001/18 e la 98/44) e si riteneva che anche la brevettabilità delle piante editate potesse essere discussa in separata sede, successivamente. Invece nel febbraio del 2024 il Parlamento europeo ha introdotto un emendamento al testo sulle NGT per vietarne la brevettazione. La triangolazione istituzionale con gli Stati membri è tuttora in corso, un po’ perché nel frattempo ci sono state le elezioni europee, un po’ perché costruire maggioranze solide intorno a questi temi è un’impresa. Sotto la presidenza di turno della Polonia, comunque, qualcosa ha iniziato a muoversi.

La proposta polacca suggerisce di legare status regolatorio e brevettuale: le piante NGT/TEA non brevettate potrebbero beneficiare di un percorso di approvazione semplificato, mentre quelle con tratti brevettati sarebbero soggette a regole più restrittive. C’è da dubitare, però, che questo approccio possa funzionare bene. In pratica un gruppo di ricerca o una company biotech che intendesse immettere sul mercato il nostro pomodoro, che per le sue caratteristiche biologiche meriterebbe la deregolamentazione, dovrebbe scegliere tra la via in discesa rinunciando ai brevetti e la via in salita con tanto di protezione brevettuale. Se la seconda via conducesse nello stesso buco nero regolatorio degli OGM, di fatto rimarrebbero solo le NGT/TEA non-brevettabili e questo finirebbe per scoraggiare gli investimenti nel settore. Vale la pena notare che i paesi extra-UE che hanno già adottato regole favorevoli alle nuove tecniche (come Stati Uniti e Gran Bretagna) non ne hanno limitato la brevettabilità, perciò l’avventura europea nell’editing applicato all’agricoltura partirebbe già in modo anomalo. Alcuni commentatori hanno notato anche un altro problema: nei casi in cui i diritti di proprietà intellettuale fossero contesi, il nuovo quadro regolatorio nato per semplificare il sistema rischierebbe di incepparsi.

Se l’obiettivo è proteggere l’innovazione senza soffocarla, bisognerà cercare un compromesso migliore. Per provare a immaginare soluzioni alternative, consigliamo di leggere l’analisi pubblicata da We Planet, una rete che cerca di coniugare la protezione dell’ambiente con l’apertura alle innovazioni. Le direttrici dovrebbero essere tre. Numero uno: la regolamentazione deve essere il più possibile basata sulla scienza. La severità dei controlli su piante e alimenti dovrebbe essere proporzionale alla gravità dei rischi, anziché dipendere da considerazioni politico-economiche. Un principio di base che serve innanzitutto a tutelare consumatori e ambiente. Numero due: l’innovazione deve essere il più possibile equa. Il sistema alternativo ai brevetti biotecnologici (diritti dei costitutori, si veda la tabella sotto) andrebbe incoraggiato per far sì che i programmi pubblici di miglioramento genetico e le piccole aziende non siano tenuti ai margini. Numero tre: la proprietà intellettuale non deve creare monopoli. I brevetti sui nuovi tratti potrebbero essere circoscritti in modo da non ostacolare troppo le successive innovazioni da parte di terzi, e dovrebbero essere favorite le piattaforme che concedono le licenze in modo equo, secondo termini ragionevoli.

La tabella qui sotto, adattata e tradotta dal Position Paper di We Planet, illustra le differenze tra il sistema dei brevetti biotecnologici e quello dei diritti dei costitutori.

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