Peccato. Le vicende dello spregiudicato ricercatore che ha messo al mondo i primi esseri umani geneticamente modificati hanno una portata storica ma sembrano destinate a restare prigioniere di una narrazione parziale. Speravo di trovare qualche spunto e qualche risposta in più sull’affair He Jiankui nel film-documentario del 2022 “Make people better” diretto da Cody Sheehy, ma ora che sono finalmente riuscita a vederlo devo confessare un po’ di delusione. L’impressione è di trovarsi davanti a un lavoro di bricolage eseguito con alcuni elemento di pregio e troppi materiali reperiti un po’ a caso. Va detto che il compito era difficile, per almeno due ragioni.
La cortina di segretezza che Pechino ha fatto calare sugli avvenimenti rende praticamente impossibile un’inchiesta degna di questo nome, ed è probabile che nemmeno la comunità scientifica internazionale abbia molta voglia di approfondire i lati ancora oscuri. In mancanza di informazioni sullo stato di salute delle tre bambine CRISPR, tra gli specialisti ha vinto il desiderio di voltare pagina, di spostare il focus sulle tante applicazioni utili della tecnologia, sulle storie di speranza e di successo.
Il peccato originale del film è quello di essere stato concepito prima che lo scandalo scoppiasse e di essere stato riadattato in corso d’opera. Doveva immortalare la comunità scientifica dell’editing alle prese con una rivoluzione in corso, ma sotto la spinta dell’attualità ha preso una strada del tutto diversa. Racconta il colpo di mano di un ricercatore cinese quasi sconosciuto, che si è assunto il rischio di rompere per primo il tabù dell’applicazione di CRISPR alla riproduzione umana, sperando di passare alla storia come un innovatore (secondo lo schema “prima cowboy e poi Nobel”, sulla scia dei pionieri della fecondazione assistita).
Le sue vicende si compongono intrecciando principalmente tre voci: il bioeticista-confidente (Ben Hurlbut), il giornalista autore dello scoop (Antonio Regalado) e lo specialista di pubbliche relazioni che ha collaborato con il protagonista senza riuscire a salvarlo. La tesi (credibile) è che le autorità cinesi avessero promesso sostegno al ricercatore a patto che le polemiche restassero entro limiti gestibili, ma quando la controversia è divampata oltre misura lo hanno abbandonato al suo destino.
Il film ha anche il difetto di finire tropo presto: fa appena in tempo ad annunciare la condanna di He Jiankui a tre anni di carcere, ma non rivela nulla sul processo né aiuta a capire che tipo di alleanze abbia oggi il ricercatore, ormai libero e impegnato nel (probabilmente vano) tentativo di riabilitarsi come scienziato. Gli appassionati di CRISPR, controversie scientifiche e giornalismo investigativo, comunque, apprezzeranno gli spezzoni inediti contenuti nel film, piccoli preziosi pezzi originali di un puzzle che sembra fatalmente destinato a restare incompleto.