Gattaca, 25 anni dopo

Chi non l’ha visto allora in sala dovrebbe farlo oggi in streaming. Il film di Andrew Niccol, infatti, continua a essere un punto di riferimento per chiunque si occupi di scienza e bioetica. Quando faccio una conferenza sulle tecnologie genomiche, ad esempio, dal pubblico arriva puntualmente una domanda: le persone saranno discriminate in base al loro genoma? Dopo il razzismo, si affermerà il genoismo? Tra me e me lo chiamo il “Gattaca moment”, perché molti dei timori sulle applicazioni future della genetica sono modellati sulle vicende di Vincent (interpretato da Ethan Hawke), Jerome Eugene (Jude Law) e Irene (Uma Thurman).

L’umanità del film è divisa in due caste: i “validi” nati selezionando gli embrioni geneticamente superiori e i “non-validi” concepiti naturalmente. I primi hanno accesso alle scuole e alle professioni migliori, i secondi devono accontentarsi. Tutti tranne Vincent, un giovane non-valido con il sogno di diventare astronauta. Con l’aiuto di un donatore illegale di campioni biologici di qualità (un valido divenuto invalido per un incidente) e nonostante la rivalità del fratello poliziotto (geneticamente valido ma umanamente assai deludente), Vincent riuscirà a ingannare i test genetici sconfiggendo il destino scritto nel suo Dna.

Ed ecco spiegato lo slogan del film: “non esiste un gene per lo spirito umano”. Ovvero: chi ha il Dna migliore non è automaticamente migliore, perché siamo più della somma dei nostri geni. Pochi sanno che, per non urtare il pubblico, sono state tagliate le scene finali che mostravano una selezione di personaggi reali, straordinari ma imperfetti come Albert Einstein, a cui non sarebbe stato permesso di nascere nelle cliniche di fecondazione assistita di Gattaca. Poi compariva la scritta: “ovviamente un’altra nascita che non sarebbe mai avvenuta è la tua”.

Nel 1997 gli spettatori delle proiezioni di prova si erano sentiti attaccati da questo messaggio, come reagiremmo a questa provocazione nel 2022? È innegabile che siamo tutti portatori di geni implicati in qualche malattia genetica, probabilmente ciascuno di noi ne ha una dozzina (la stima è di Eric Lander). Per fortuna tra l’aspirazione distopica a una perfezione impossibile e la rassegnazione totale alla roulette genetica della natura esistono molte opzioni intermedie, ed è di queste possibilità (offerte da test genetici e terapie geniche) che dovremmo discutere.

Gattaca compie un quarto di secolo a ottobre e continua a essere usatissimo nei corsi di bioetica, anche se in tutti questi anni conoscenze e tecnologie sono cambiate parecchio. Nell’era dei correttori genetici Crispr la storia di Vincent offre ancora spunti di riflessione, l’importante è ricordarsi che è fantascienza, non scienza.

Questo testo di Anna Meldolesi è stato pubblicato su 7-Sette, il magazine del Corriere della sera, nella rubrica Due Punti, insieme al commento di Chiara Lalli, riportato a seguire.

“Come ti permetti di dire che non sarei dovuto nascere o che ho i geni difettosi?”. Sarebbe questa la reazione più diffusa se recuperassimo i tagli delle scene finali di Gattaca. Perché in questi venticinque anni siamo diventati più suscettibili e quindi quel finale nessuno vorrebbe rimontarlo per non doversi sorbire polemiche noiosissime e che non sarebbero evitate nemmeno con avvertimenti (trigger warning). E non basterebbe obiettare che il significato reale di quelle scene è il contrario di quello compreso, perché non serve mai a niente spiegare una offesa – proprio come non serve spiegare una battuta. È inutile spiegare se non hai capito già, scriveva quello che ci ha spiegato tutto con decenni di anticipo e se non abbiamo capito pazienza.

Quello che mi ha sempre sorpreso quando si parla di Gattaca è lo sbilanciamento dalla parte delle paure e della discriminazione scientifica o genetica piuttosto che sulla impresa di Vincent. L’invalido Vincent che riesce a fregare tutti. Ovviamente le informazioni genetiche sono usate male e ingiustamente – questa è la premessa del film. Ma l’uso discriminatorio delle informazioni non è una caratteristica intrinseca della genetica perché tutte le informazioni ci danno un potere che possiamo usare bene o male.

Esattamente come qualsiasi strumento può essere usato malissimo. Per discriminare, per uccidere, per torturare. E non dobbiamo mica pensare soltanto alle tecnologie. Si muore anche bevendo troppa acqua, si scivola mortalmente sulle nuove piastrelle della cucina o nella doccia, andare a cavallo è più pericoloso dell’ecstasy, un coltello per il pane può essere usato per fare a pezzi un uomo.

Oppure quello strumento (vecchio o nuovo) può essere usato bene, e quasi sempre la condizione necessaria è conoscerlo bene – e quasi mai la soluzione è vietare o provare a fermare le scoperte o la costruzione di nuovi strumenti. I test genetici non servono per prevedere il nostro futuro. Il DNA non è una bacchetta magica che funziona tipo gli oroscopi ma meglio. Le informazioni genetiche devono essere lette bene.

Se l’invalido Vincent ha tignosamente smentito il suo futuro è perché lo avevano previsto male. Dovremmo ricordarcelo ogni volta che una tecnologia evoca scenari apocalittici o l’inevitabile e tracotante stravolgimento della natura (che è stata stravolta più o meno da quando abbiamo usato il primo utensile, quindi possiamo rilassarci). Certo, è seduttiva l’idea che se abbiamo un certo DNA siamo destinati a un futuro già scritto, perché questo giustificherebbe la più adolescenziale delle pigrizie, la rassegnazione al cospetto di una impossibilità che non esiste.

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