Clima, biotech e pregiudizi

GMO-climate-changeC’è chi crede che le colture biotech siano sicure e che i cambiamenti climatici non siano un’emergenza reale (chiamiamoli, per comodità, capitalisti libertari). Specularmente ci sono gli ecologisti vecchia maniera, per i quali le piante geneticamente modificate (con o senza CRISPR) sono da evitare e il riscaldamento globale minaccia la vita sul pianeta. Queste posizioni non potrebbero essere più diverse tra loro eppure hanno qualcosa in comune: hanno per metà ragione e per metà torto. Possono essere considerate entrambe degli esempi di “negazionismo scientifico selettivo“. 

La parola negazionismo è discutibile, ovviamente, perché ha una storia assai pesante alle spalle. Ma il punto cruciale non è tanto trovare un’etichetta per i segmenti più polarizzati della pubblica opinione, quanto riconoscere che tutti rischiamo di commettere questo genere di errori. Accettare i dati scientifici quando ci confermano nelle nostre convinzioni e rifiutarli quando se ne discostano è un fenomeno comune. Sapere che tutti corriamo il rischio di cadere in questa trappola, indipendentemente da quanto siamo informati e intelligenti, è il primo passo per uscirne ed evitare di finirci di nuovo in futuro.

Tutti tendiamo a informarci leggendo le fonti a noi più vicine e ci ricordiamo meglio le notizie che sembrano darci ragione, mentre evitiamo di leggere o dimentichiamo rapidamente gli articoli che potrebbero smentirci. Nella vita e sui social network ci circondiamo di amici reali e virtuali che condividono la nostra stessa visione del mondo. In queste bolle ci sentiamo comodi, forti e avveduti. Una volta che si fa parte di una squadra, poi, scatta inevitabilmente la logica del tifo. 

Gli esseri umani hanno una mente tribale, su tutte le questioni divisive e identitarie preferiamo stare di qua o di là. Se Giorgio Gaber potesse aggiornare la sua canzone su cos’è la destra e cos’è la sinistra, probabilmente metterebbe la fiducia nelle biotecnologie da una parte (insieme alla vasca da bagno e al culatello) e l’allarme per la crisi climatica dall’altra (con doccia e mortadella).  

Eppure la scienza dice chiaramente che il miglioramento genetico vegetale è utile e necessario (su questo hanno ragione i libertari) e anche che dobbiamo attivarci tempestivamente per ridurre in modo drastico le emissioni di gas serra (come sostengono gli ambientalisti). Su entrambi i temi il consenso degli esperti è molto robusto, pressoché unanime. Pensateci: che senso ha chiedere alla società di prendere sul serio le conoscenze scientifiche quando vanno nella stessa direzione delle nostre intuizioni politiche e morali, per poi voltare le spalle alla scienza quando fa scricchiolare i nostri preconcetti anti-capitalisti o anti-ecologisti?

Vale a poco sostenere che la scienza del clima si basa in buona parte (ma non solo) sui modelli: ogni disciplina ha i suoi metodi, e non è che la scienza fatta con gli algoritmi matematici sia meno scienza di quella fatta con pendoli e provette. Tanto meno si può argomentare che a volte sono le minoranze ad avere ragione e le maggioranze torto: per sostenere affermazioni straordinarie (come “gli OGM sono pericolosi” o “l’attività antropica non sta modificando il clima”) servono prove straordinarie che nessuno ha mai portato. Chi sceglie come punto di riferimento l’unico esperto che la pensa come lui, scartando gli altri 99 che dicono il contrario, è prigioniero dei propri pregiudizi.  

Prendete Mark Lynas, l’attivista anti-OGM britannico che si è pentito (meglio tardi che mai) e lo ha raccontato nel libro Seeds of Science. Dopo aver studiato a fondo la questione dei cambiamenti climatici, ha capito di non poter più continuare ad avversare le tecnologie genetiche: i dati scientifici non si possono scegliere come se fossero ciliegie. I libertari farebbero bene a considerare il percorso inverso: se sostengono che le colture biotech sono sicure perché lo dicono le agenzie internazionali, le società scientifiche, gli esperimenti pubblicati, allora non dovrebbero liquidare l’IPCC come un organo politico e ignorare le ricerche sul global warming che hanno superato il vaglio delle riviste accademiche come Science e Nature.  

Conoscere i meccanismi psicologici che ci traggono in inganno è il miglior vaccino per le false credenze (per chi volesse ragionare su questi temi è appena uscito per Einaudi il libro I rischi della percezione di Bobby Duffy). Il suo messaggio non è senza speranza: dopo aver contrastato a lungo le informazioni scomode per evitarci i fastidi della dissonanza cognitiva, quando queste informazioni iniziano a fare massa critica, arroccarsi diventa troppo dispendioso dal punto di vista psicologico. Cambiare idea nel mondo che cambia è possibile.

Auguriamoci che ci si arrivi al più presto anche su biotecnologie e clima. L’agricoltura, infatti, contribuisce all’emergenza climatica e ne è a sua volta danneggiata. Abbiamo bisogno di colture geneticamente migliorate, in grado di tollerare meglio gli stress ambientali e di utilizzare nel modo più efficiente possibile le risorse naturali, per nutrire la popolazione mondiale in modo sostenibile. Per svilupparle dobbiamo usare le nuove tecniche di breeding. Lo sostiene anche l’IPCC nell’ultimo rapporto, che a pagina 370, nel capitolo quattro, pubblica la tabella delle innovazioni utili per mitigazione e adattamento. Che siate libertari o ambientalisti, se credete nella scienza, CRISPR fa rima con clima.   

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