Un brindisi biotech al futuro del vino

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Aperitivo Biotech (foto di Marco Marazza)

Quando brinderete durante le feste, magari con un calice di prosecco, pensateci: le viti occupano il 3% del terreno coltivato in Europa, ma impiegano ben il 65% dei fungicidi. Se si diffondessero i vitigni di nuova generazione, resistenti a oidio e peronospora, l’uso di questi fitofarmaci crollerebbe. Se poi si consentisse il ricorso alle tecnologie di breeding più avanzate, come CRISPR, i vini che amiamo diventerebbero resistenti alle malattie più minacciose senza perdere nulla della propria identità genetica.

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Costanza Fregoni e Michele Morgante

Per il primo sorso CRISPR bisognerà aspettare, sperando che le incognite regolatorie non scoraggino la ricerca. Ma gli incroci smart dell’era eno-genomica hanno già dato i primi frutti convenzionali, con dieci varietà registrate nel 2015 nel Catalogo nazionale. Si chiamano Fleurtai, Soreli, Sauvignon Kretos, Sauvignon Nepis, Sauvignon Rytos, Merlot Khorus, Merlot Kanthus, Cabernet Eidos, Cabernet Volos, Julius. Il 2018 ha portato la prima vendemmia commerciale per tre di questi vitigni. Per gli altri la vinificazione è ancora nella fase pre-commerciale. Chi ha partecipato all’aperitivo biotech organizzato il 5 dicembre a Milano da Assobiotec ha potuto assaggiarne qualcuno in anteprima. “Ma presto verranno registrati anche i primi quattro vitigni figli di Pinot, con resistenze multiple”, ha rivelato il genetista Michele Morgante, introducendo la degustazione insieme all’eno-giornalista Costanza Fregoni. La proprietà di tutte e quattordici le varietà è dell’Istituto di genomica applicata e dell’Università di Udine.

Oidio e peronospora sono arrivati dall’America nel XIX secolo e per i viticoltori sono ancora nemici temibili. Per sconfiggere queste malattie non bastano gli innesti su vitigni resistenti, come è accaduto per la fillossera. Servono dei veri e propri incroci. Se gli specialisti dell’ibridazione hanno impiegato tanto tempo per raggiungere l’obiettivo è colpa della genetica della vite, che è piuttosto complessa, ma anche della timida propensione all’innovazione della filiera vitivinicola. La svolta si è consumata negli ultimi 20 anni, con la messa a punto di nuove tecniche basate sui marcatori molecolari, il sequenziamento del genoma della vite e il crescente interesse dei consumatori per la sostenibilità ecologica.

“Il nostro progetto di ricerca è partito nel 1998, comunque i problemi veri sono iniziati a cose fatte. Quando abbiamo scoperto che, per poter coltivare i nostri vitigni in tutta Italia, avremmo dovuto ripetere la sperimentazione nazionale in ogni singola regione”, ha raccontato Morgante. Il Soreli e i suoi fratelli resistenti, al momento, si possono coltivare in Friuli e Veneto, ma presto si aggiungeranno anche Lombardia, Marche e Abruzzo. Con questi vitigni le applicazioni di rame, che normalmente superano la dozzina, possono essere ridotte a un paio, secondo uno schema che dovrebbe rallentare l’evoluzione di patogeni in grado scavalcare i nuovi ostacoli genetici. Perché allora non tutte le regioni sembrano interessate?

In Europa possono ottenere il marchio Doc solo i vini ottenuti dalla vite comune (Vitis vinifera), mentre i vitigni resistenti derivano dall’incrocio con varietà selvatiche. Germania e Austria hanno risolto il problema certificando come Vitis vinifera tutti i vitigni in cui almeno il 90% del DNA proviene da questa specie. L’Italia invece è ancorata al 100%. Negli ultimi anni però, nel nostro paese, l’utilizzo massiccio di prodotti chimici ha causato tensioni nelle zone ad alta densità vinicola, dove i vigneti si sono estesi a ridosso dei centri abitati. I prodotti ecosostenibili hanno conquistato fette importanti di mercato e l’impronta ambientale dell’agricoltura è oggetto di normative europee che si stanno facendo via via più stringenti. Senza contare il fatto che viviamo nell’epoca dei cambiamenti climatici, e anche la vite dovrà cambiare se vogliamo che il vino non cambi.

La speranza degli esperti, dunque, è che in futuro regolatori, produttori e consumatori si convinceranno a esplorare anche le potenzialità di tecniche che, secondo la Corte di giustizia europea, ricadono sotto la direttiva sugli OGM, pur non comportando il trasferimento di DNA tra specie diverse. La cisgenesi permetterebbe di spostare solo i geni di interesse presenti nelle viti selvatiche, senza rimescolare interi genomi come si fa con gli incroci. L’editing genomico e CRISPR, in particolare, consentirebbero di correggere solo poche lettere, senza lasciare tracce nel DNA endogeno, e il risultato non sarebbe diverso da una mutazione fortunata, avvenuta spontaneamente in natura.

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