Chicchi di futuro. Il debutto (sobrio) di CRISPR sul mercato

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L’avventura commerciale di CRISPR non inizierà in farmacia ma nei campi. Probabilmente nel 2020. L’onore e l’onere di debuttare sul mercato, in qualità di primo prodotto sviluppato con la rivoluzionaria tecnica di editing genomico, toccherà a un mais che viene chiamato waxy per l’aspetto ceroso dei suoi chicchi. Questa caratteristica è dovuta al fatto che l’amido in essi contenuto è costituito quasi interamente da amilopectina e quasi per nulla da amilosio. Rispetto ai mais simili già in commercio, che sono waxy anch’essi ma sono stati prodotti con gli incroci convenzionali, questa nuova varietà avrà una resa maggiore. L’uso di CRISPR è servito a eliminare un enzima chiave per la sintesi del componente indesiderato dell’amido, e questo obiettivo è stato raggiunto senza incorporare DNA estraneo e senza appesantire il mais con la zavorra genetica che gli incroci convenzionali si trascinano dietro. L’amilopectina è ricercata dall’industria amidiera per la produzione di beni come adesivi, carta, addensanti alimentari. Ciò che resta dopo la sua estrazione è una farina proteica che può essere utilizzata come mangime. I mais waxy, dunque, hanno usi prevalentemente industriali e vengono già coltivati nelle varianti convenzionali anche nel nord Italia su qualche migliaio di ettari. Può sembrare un debutto sottotono per la super-tecnologia di editing genomico a cui si chiede di riuscire dove gli OGM hanno fallito: conquistare la fiducia dei consumatori. Ma si tratta di una strategia deliberata, come ci ha spiegato Neal Gutterson, vicepresidente di ricerca e sviluppo alla DuPont Pioneer.

Neal Gutterson picIl mais waxy entrerà nei libri di storia delle biotecnologie per il suo ruolo di apripista. Perché lo avete scelto per il calcio di inizio?

CRISPR rappresenta certamente una grande svolta in biologia e consentirà di migliorare in modo significativo lo sviluppo di nuove varietà. Noi crediamo fermamente nel suo potenziale, ma per le prime applicazioni da commercializzare abbiamo optato per un approccio misurato. Abbiamo scelto di migliorare con CRISPR gli ibridi di mais waxy proprio perché sono prodotti familiari, già presenti sul mercato, con un sistema di produzione a circuito chiuso. Si tratta di una base di partenza solida su cui costruire il successo dei futuri prodotti che avranno volumi di mercato maggiori.

DuPont Pioneer è la prima grande industria a essersi mossa, stringendo un accordo con la società biotech fondata da Jennifer Doudna, autrice dello storico articolo del 2012 che è considerato l’atto fondativo dell’era CRISPR. Cosa si prova a sentir arrivare una rivoluzione?

Quando la tecnica si è affacciata nella letteratura scientifica ero a capo di una piccola società che si occupava di prodotti naturali per l’agricoltura. La consapevolezza che CRISPR avrebbe cambiato il modo in cui si fa la genetica delle piante è stata una forte motivazione per tornare a occuparmi di biotecnologie e per venire alla DuPont Pioneer, che sin da subito ha investito molte energie su CRISPR.

Quali filoni di ricerca state sviluppando? Dobbiamo aspettarci piccoli progressi incrementali o può arrivare un salto quantico? Uno dei problemi delle biotecnologie agrarie è che i benefici sono più evidenti ai produttori che ai consumatori.

Stiamo esplorando applicazioni in mais, soia, riso, grano, colza, girasole. In cima alla nostra lista ci sono obiettivi come la resistenza alle malattie, la tolleranza alla siccità, la stabilità delle rese, e anche alcuni tratti qualitativi come il contenuto proteico dei prodotti e la salubrità degli oli. Altre opportunità sono nel miglioramento del gusto e nel prolungamento della vita di bancone. Preferiamo concentrarci sulle possibilità di breve e medio termine, ma sul lungo periodo è possibile immaginare sviluppi rivoluzionari come il riso seminato in asciutta, per ridurre drammaticamente l’uso di acqua in un sistema di coltivazione che oggi è molto idroesigente.

Il sito web che avete dedicato a CRISPR enfatizza la volontà di attingere alle variabilità genetica presente nel riso per migliorare il riso, a quella del mais per il mais e così via. Insomma c’è l’impegno a evitare l’inserzione di DNA estraneo ogni volta che è possibile. Si tratta di una strategia per distinguere in modo netto CRISPR dagli OGM?

Applicare CRISPR come una tecnica avanzata di breeding per ottenere prodotti simili alle varietà sviluppate con i metodi tradizionali di incrocio, e persino indistinguibili da queste ultime, rappresenta un grosso passo in avanti per l’agricoltura in termini di qualità, precisione e tempistica. Per queste applicazioni si lavora attingendo solo alla diversità naturale disponibile nel genoma di una specifica pianta. È importante notare, tuttavia, che CRISPR può essere usata anche per migliorare lo sviluppo degli OGM incorporando sequenze estranee al pool genetico di una specifica pianta. Può essere necessario farlo per tratti come il controllo degli insetti o la resistenza agli erbicidi, ma in questo caso i prodotti sono da considerare OGM.

Alcune delle preoccupazioni relative agli OGM riguardavano aspetti socio-economici e di equità, in particolare il fatto che poche multinazionali potessero controllare il mercato globale del cibo. CRISPR può rappresentare un cambiamento di rotta?

CRISPR non è appannaggio di poche grandi industrie. Grazie alla sua semplicità di utilizzo è una tecnologia molto democratica e vediamo che ad applicarla, per risolvere le sfide più difficili, c’è una varietà di soggetti: compagnie piccole e grandi, istituti accademici e pubblici. La partnership che abbiamo avviato con il Cimmyt (Ndr il centro internazionale per il miglioramento di mais e grano, con base in Messico, che è stato uno degli epicentri della Rivoluzione verde nella seconda metà del secolo scorso) dimostra che è possibile collaborare nell’interesse dei piccoli coltivatori. Il primo progetto consiste nell’affrontare la necrosi letale del mais, una malattia particolarmente devastante diffusa nell’Africa sub-sahariana. Sono membro del board del Cimmyt e il loro lavoro mi sta molto a cuore.

Qualche tempo fa abbiamo intervistato Sanjaya Rajaram, uno degli artefici della Rivoluzione verde, chiedendogli di formulare tre desideri. Lo chiediamo anche a lei: quali desideri esprimerebbe se le comparisse davanti il genio della lampada?

Primo: che CRISPR sia il catalizzatore biologico e sociale di una nuova rivoluzione verde, contribuendo così a produrre cibo più sano in modo più salubre, soprattutto per i piccoli coltivatori. Secondo: prodotti tipici ottimi al palato che siano molto meno costosi e richiedano meno pesticidi di adesso. Terzo, che le mie nipoti crescano in un mondo in cui le donne hanno pari opportunità di contribuire al futuro del pianeta.

Le foto della gallery in apertura mostrano l’analisi delle plantule, la camera ambientale controllata, il laboratorio di sequenziamento; credit DuPont Pioneer.

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