Libiamo ne’ lieti calici: le viti TEA debuttano in campo a Verona!

Il Ministro Lollobrigida, collegato via zoom, l’ha definito “un evento straordinario, stiamo facendo la storia”. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini ha impugnato la zappa, per mettere a dimora una delle viti geneticamente editate (potete vederlo compiere l’inedito gesto in una delle foto della gallery proprio qui sopra).

Pochi minuti prima, durante la tavola rotonda che ha preceduto l’avvio della sperimentazione, aveva spiegato che l’opposizione di Coldiretti agli OGM di vecchia generazione è stata superata dall’arrivo delle nuove tecniche che rispettano la distintività e la biodiversità delle varietà italiane.

I produttori vitivinicoli presenti hanno invitato i ricercatori a editare le varietà tipiche del Veneto (un nome fra tutti: Valpolicella). Perché va bene cominciare dallo Chardonnay, che va forte sul mercato internazionale. Ma il Veneto aspira a un ruolo da protagonista: in fondo vanta centomila ettari di vigneti (lo ha ricordato l’assessore Federico Caner) e l’urgenza è reale. Il clima cambia, le malattie assediano i vigneti, i fungicidi non sono una soluzione sostenibile.

Ben vengano dunque le viti editate per contrastare la peronospora messe a punto dallo spin-off universitario EdiVite. E peccato per il comparto biologico, che si ostina a volersi privare dei benefici dell’innovazione (parola di Prandini).

Tanti gli applausi, più che meritati, per le colonne di questo progetto: i genetisti agrari Mario Pezzotti e Sara Zenoni, e l’imprenditore del vino che è anche presidente di EdiVite, Stefano Magagna. In effetti con questa sperimentazione i ricercatori di Verona si intestano un primato: le loro sono le prime viti editate che escono dalle serre per andare in campo in Europa.

Nella gallery qui sopra potete vedere alcuni dei momenti di questa splendida giornata (io c’ero, mi trovate proprio davanti all’insegna della sperimentazione, tra Mario Pezzotti e Silvio Salvi, il presidente della Società Italiana di Genetica Agraria. Magagna e Zenoni, invece, sono in posa con la vite). Quanto agli aspetti più strettamente scientifici, vi invito a leggere il mio articolo su Le Scienze (ma c’è il paywall) o la versione semplificata per la sezione in inglese di questo blog.

Per ora vi basti sapere che il gene bersaglio si chiama DMR6, che si tratta di un gene di suscettibilità ed è stato inattivato tramite una piccola delezione grazie all’aiuto di CRISPR, e che nelle viti così sviluppate non è presente DNA estraneo, per cui non sono transgeniche.

Certo dal punto di vista legale sono ancora OGM, almeno finché non verrà finalizzata la revisione del quadro normativo europeo. Allora diventeranno NGT-1 (New Genomic Techniques di categoria 1, senza DNA estraneo), sempre che i legislatori alla fine non decidano di modificare o abbandonare la suddivisione in categorie (Prandini si augura che venga aperto un varco ancora più ampio all’innovazione genetica, ma è improbabile).

Nel nostro paese, probabilmente, continueremo a chiamarle TEA (Tecniche di evoluzione assistita) per ricordare che le mutazioni sono il motore dell’evoluzione e avvengono spontaneamente in natura.

Le parole possono confondere ma il risultato è chiaro: la sperimentazione in Italia si è finalmente mossa e sta arrivando in campo. Prima il riso dell’Università di Milano, ora le viti. Cosa arriverà dopo? Probabilmente il pomodoro resistente alle orobanche, ma questo sarà un altro articolo e un’altra storia. Riso, pomodori e vino, il menù è quasi servito.

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