
Dopo il clamoroso successo commerciale dei farmaci basati sulla semaglutide, usati in modo più o meno appropriato per perdere peso, nel mondo biotech è già partita la corsa per trovare una soluzione più duratura, che non richieda iniezioni frequenti. L’idea consiste nel silenziare geni prescelti, senza intervenire in modo irreversibile sul DNA. In pratica non si tratterebbe di correggere geneticamente la sequenza bersaglio, ma di impedirne l’espressione attraverso un fenomeno chiamato RNA interferenza. Com’è noto un gene di tipo classico per esprimersi deve essere trascritto in RNA e quindi tradotto in proteina. Bloccando il trascritto, dunque, se ne annulla l’effetto, come hanno capito i Nobel Craig Mello e Andrew Fire.
Tra le società che stanno lavorando sull’RNA interferenza in chiave dimagrante, alcune hanno preso di mira un gene che normalmente viene espresso nel cervello (GPR75). Chi ne possiede una versione naturalmente mutata tende ad avere un basso indice di massa corporea e interferendo con i trascritti del gene si spera di mimare questo effetto. Altre compagnie puntano su un gene espresso nel fegato (INHBE) che è associato con il rapporto tra girovita e fianchi.
In caso di successo, la rivoluzione dei trattamenti anti-obesità entrerebbe in una fase nuova. Come scrive STAT, si passerebbe “da farmaci ad assunzione settimanale che prendono di mira gli ormoni a medicine mirate ai fattori genetici coinvolti nella regolazione del peso, da prendere molto meno spesso, due volte l’anno o anche meno”.