
I progetti per riportare geneticamente in vita i mammut e altri animali scomparsi hanno una posta in gioco scientifica che va ben oltre l’immaginario di Jurassic Park
Le tecnologie di base ci sono tutte, ma perfezionarle richiederà ancora un bel po’ di lavoro. Grazie a pionieri come il Nobel Svante Pääbo, dapprima abbiamo imparato a recuperare il DNA dei fossili, a riordinarne i frammenti consumati nel corso di secoli e millenni, e a confrontarli con le sequenze dei parenti più prossimi ancora in vita. Poi è arrivata la tecnica di editing genetico CRISPR, anch’essa premiata con il Nobel: usandola possiamo prendere un genoma moderno simile a quello estinto e modificarlo, introducendo mutazioni arcaiche, caratteristiche dell’animale da “resuscitare”. Un altro importante tassello è stato sistemato il mese scorso dalla Colossal Biosciences, la company che da appena tre anni è impegnata a pieno ritmo a trasformare la de-estinzione in realtà.
La società fondata dal visionario genetista George Church ha annunciato di essere riuscita a creare delle cellule staminali di tipo embrionale a partire dalla pelle di elefante. Diciotto anni dopo l’exploit del Nobel Shinya Yamanaka sul topo, dunque, la rivoluzione delle cellule staminali pluripotenti indotte sta arrivando anche nel mondo dei pachidermi. Il risultato è che (se tutto andrà bene) presto potremo disporre di cellule viventi adatte a ospitare un genoma di elefante editato con tratti tipici dei mammut, come la resistenza al freddo. Prima potrebbero essere usate per produrre in vitro tessuti e organoidi di simil-mammut utili per acquisire nuove conoscenze, poi (forse) per generare ovociti, embrioni, e persino uteri artificiali che potrebbero semplificare almeno alcuni dei problemi etici dell’impresa, consentendo di evitare il ricorso alle elefantesse per la gestazione.
Anche limitandosi a de-estinguere i tratti peculiari di una specie perduta, anziché gli animali nella loro interezza, ogni passaggio resta una sfida, e nessuno può essere certo che nel 2028 nascerà davvero il primo ibrido genetico mammut-elefante, come sperano alla Colossal. Ma seppure la meta finale dovesse restare un miraggio, varrebbe comunque la pena di proseguire il cammino. Lo ha spiegato in un’intervista a STAT la biologa evoluzionista Beth Shapiro, che in passato si è fatta notare sequenziando il genoma del dodo all’università della California a Santa Cruz e recentemente ha assunto la guida scientifica della company simbolo del settore.
Sequenziare il DNA antico non è più difficile come un tempo, tant’è vero che abbiamo già diverse dozzine di genomi di mammut da confrontare tra loro, oltre che con gli elefanti asiatici e africani. Il salto successivo per i paleogenetisti è stato imparare a usare le antiche sequenze per aprire uno scorcio sulla genetica di popolazione delle specie perdute. “Adesso più o meno ci siamo. La prossima svolta consisterà nel tradurre queste sequenze genomiche di specie estinte in una migliore comprensione del perché avevano certe caratteristiche e comportamenti, in modo da usare queste informazioni a beneficio delle specie ora esistenti”, sostiene Shapiro. Si tratta, evidentemente, di una ambizione di portata generale, che interessa l’intero campo della biologia e ha poco in comune con l’immaginario dei film hollywoodiani.
Intanto si lavora per perfezionare gli strumenti necessari: la piattaforma CRISPR, ad esempio, deve essere messa nelle condizioni di funzionare sempre meglio, introducendo molte mutazioni contemporaneamente, piccole e grandi (l’editing di estese sequenze è una delle tecnologie da tenere d’occhio nel 2024, secondo le previsioni di Nature). Materia ancora più delicata è l’embriologia, con la sfida di svincolare lo sviluppo fetale dalla presenza di una madre in carne e ossa, sostituita da una sorta di cuscino cellulare vascolarizzato. In entrambi i casi si tratta di avanzamenti la cui posta in gioco va ben oltre la resurrezione nostalgica di bestioni preistorici, con applicazioni plausibili per molte altre specie, senza escludere quella umana. I naturalisti classici continueranno a obiettare che sarebbe meglio preoccuparsi delle specie a rischio anziché pretendere di resuscitare quelle già scomparse, ma secondo Shapiro la sfida della conservazione è troppo vasta per rinunciare a percorrere anche strade nuove, per quanto in salita.
Oltre al gruppo dedicato al mammut, la Colossal ne ha uno che si concentra sul dodo (un grosso uccello dell’isola di Mauritius) e un altro focalizzato sul tilacino (un marsupiale più noto come tigre della Tasmania). Dovendo indicare un’altra specie che vorrebbe riportare in vita, Shapiro si sofferma sugli insetti a rischio di estinzione e sull’opportunità di adattare CRISPR anche a loro. Se vogliamo partire da un invertebrato bello e carismatico, potrebbe essere la farfalla blu di Xerces, che fino agli anni ’40 volava leggiadra nella baia di San Francisco.
Difficilmente, invece, vedremo un team al lavoro su Neanderthal. Troppo spinose le questioni etiche, a cominciare dal fatto che sperimentare con questi esseri umani richiederebbe un consenso informato impossibile da procurarsi. Consoliamoci con l’ultima considerazione di Beth Shapiro: è ormai risaputo che ciascuno di noi possiede una piccola percentuale di DNA neandertaliano, ma pochi sanno che si tratta di tante sequenze diverse. “Se andassimo per il pianeta a raccoglierle tutte dalle persone ora in vita, potremmo mettere insieme circa il 93% del genoma di Neanderthal. Perciò vi lascio con una domanda: se il 93% del loro genoma esiste tuttora, sono davvero estinti?”.