La carne CRISPR e il difficile dibattito sul benessere animale

Il settore zootecnico è quello in cui le modificazioni genetiche classiche hanno incontrato più resistenza ma presto i consumatori americani potranno mettere in tavola la carne dei primi animali editati: i maiali immuni al virus PRRS.

Costine con salsa BBQ, pulled pork, bacon croccante. Nel prossimo futuro chi andrà negli USA probabilmente avrà l’opportunità di assaggiare i classici piatti della tradizione americana in veste geneticamente editata. La Food and Drug Administration infatti ha dato il via libera ai primi maiali il cui genoma è stato corretto con CRISPR per renderli resistenti a una grave malattia virale: la sindrome riproduttiva e respiratoria suina (PRRS). L’occasione è ghiotta anche per i vegetariani come me, perché consente di ragionare sull’applicazione dell’editing genetico al settore zootecnico e magari anche di sfidare qualche pregiudizio frutto della cattiva informazione. Se avete visto il fortunato film-documentario di Giulia Innocenzi Food for profit, ad esempio, è quasi inevitabile che vi siate fatti un’idea sbagliata dell’ingresso delle biotecnologie avanzate in questo comparto.

Indagare con occhio critico i sistemi di allevamento industriale è cosa buona e giusta, ovviamente, ma presentare l’editing come il prossimo strumento di sopraffazione ai danni degli animali è un’operazione fuorviante. Certo, se l’unico tipo di allevamento che consideriamo ammissibile è quello estensivo (che però non basta a soddisfare la fame di carne, latte e uova del mondo), alcuni dei filoni di ricerca perseguiti con l’aiuto di CRISPR ci appariranno controversi, perché pensati per alleviare i problemi dell’approccio intensivo senza contestarne la filosofia di base.

Questo ragionamento vale per i bovini a cui non crescono le corna, sviluppati per ridurre il rischio che gli animali si feriscano tra loro in spazi ristretti, in alternativa alla decornazione chirurgica. Una logica riformista, anziché di ribaltamento radicale, ha ispirato anche l’idea di incubare solo le uova da cui nasceranno pulcini di sesso femminile, evitando così la strage dei pulcini maschi perpetrata nella pollicoltura. Un’applicazione futuribile con evidenti vantaggi bioetici, di cui non si parla abbastanza. Che dire poi del bestiame a pelo corto, editato per favorire la diffusione di allevamenti più moderni e remunerativi nelle aree tropicali? Questi animali, detti “slick cattle”, sembrerebbero vicini all’approvazione commerciale ma è possibile che anche a loro venga rimproverato di perpetuare le logiche produttivistiche.

Ci sono poi i pesci editati a crescita rapida, già approvati in Giappone per un consumo di nicchia: secondo i produttori comportano vantaggi ambientali oltre che economici ma – a giudicare dall’opposizione estrema che hanno ricevuto i vecchi salmoni OGM di AquaBounty – difficilmente convinceranno gli oppositori dell’acquacoltura intensiva. Restano, infine, gli animali modificati per renderli resistenti a gravi malattie per le quali non esistono vaccini ad alta efficacia. Ovviamente i progetti andranno valutati caso per caso: se hanno superato i controlli da parte delle autorità competenti, se sarà confermato che gli esemplari editati stanno bene e se i prodotti così ricavati sono identici a quelli ottenuti da animali non modificati (tutte condizioni soddisfatte dai maiali PRRS-resistenti), fatico a capire cosa si possa obiettare. Per un’analisi generale dei rischi (anche remoti) dell’editing animale, comunque, rimandiamo al recente rapporto dell’Accademia delle scienze americane.

Torniamo dunque alla sindrome riproduttiva e respiratoria suina. Questa patologia comparsa negli Stati Uniti nel 1987 si è ormai diffusa negli stabilimenti suinicoli di tutto il mondo. Può colpire animali di tutte le età, con sintomi che includono febbre, letargia, anoressia. Il nome ricorda i problemi respiratori che sono letali per la quasi totalità dei maialini da latte e, negli esemplari più grandi, aprono la strada ad altre infezioni per le quali vengono usati antibiotici in abbondanza. La prima erre della sigla PRRS ricorda invece i problemi riproduttivi causati dalla sindrome, con frequenti aborti e morti perinatali. Le perdite annuali stimate nel mondo a causa di questa malattia sono sull’ordine dei miliardi di dollari, ma in questo momento ciò che mi interessa maggiormente è chiedere agli amici animalisti: possiamo essere d’accordo che evitare queste sofferenze ai maiali sarebbe un progresso sul fronte del benessere animale?

Lo chiedo perché in Food for profit non se ne parla, si preferisce basare il racconto dell’editing animale su un’applicazione implausibile: i suini con quattro cosce da cui ricavare altrettanti prosciutti. Lo scopo di questa scelta editoriale? Mettere alla berlina i lobbisti di Bruxelles più interessati ai guadagni facili che all’etica. Peccato che, così facendo, insieme all’acqua sporca si butti via anche il potenziale positivo di applicazioni come la resistenza ai virus.

Non sappiamo ancora in quanti paesi i maiali immuni al PRRS supereranno gli ostacoli regolatori né come verranno accolti dai consumatori. Prima di avviare la fase commerciale su larga scala, la casa madre britannica (Genus) e la sua sussidiaria americana (PIC) dicono di voler aspettare il via libera nei principali mercati di esportazione delle carni suine a stelle e strisce (Messico, Canada, Giappone e Cina). Ma è di questi animali resistenti al PRRS che dovremmo parlare, perché gli stabilimenti sperimentali ospitano già centinaia di capi editati, con migliaia di loro discendenti. Suini in salute con quattro normalissime zampe da cui possono essere ricavati soltanto due prosciutti, non quattro. Animali veri, non espedienti narrativi.

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