La fine della clonazione infinita

Un esperimento durato 20 anni uscito su Nature Communications ha dimostrato che la clonazione seriale di un singolo topo raggiunge un limite insuperabile alla 58ª generazione. Le mutazioni del DNA si accumulano in modo incontrollato, rendendo impossibile continuare. Questa scoperta, come vedremo, potrebbe avere delle conseguenze anche per alcuni filoni di ricerca basati sull’editing genomico.

Il gruppo guidato da Teruhiko Wakayama dell’Università di Yamanashi ha generato oltre 1.200 topi clonati da un’unica donatrice originaria, per un totale di più di 30.000 tentativi di clonazione ricorrendo alla classica tecnica che ha dato i natali a Dolly: il trasferimento nucleare. Fino alla 25ª generazione tutto è filato più o meno liscio: i cloni erano normali, vivevano quanto i topi convenzionali e la linea sembrava sostenibile all’infinito. Ma dalla ventisettesima in poi il tasso di successo ha iniziato a calare. Alla 58ª generazione è crollato, e i pochi cuccioli sono morti poco dopo la nascita, nonostante l’assenza di anomalie visibili.

L’analisi genomica ha rivelato un accumulo imprevisto di mutazioni piccole e grandi. Delezioni, inversioni, traslocazioni cromosomiche, e persino la perdita di un intero cromosoma, si sono verificate con una frequenza decisamente superiore a quella dei topi nati per via sessuale. In breve, è emerso un limite fondamentale della clonazione pura, che è plausibile ritenere non riguardi solo i topi ma i mammiferi in generale.

Un problema è che la clonazione è spesso lo strumento ideale per moltiplicare fedelmente animali con genomi “ottimizzati” attraverso l’editing genomico, sia per la ricerca di base, sia per applicazioni biomediche, zootecniche o di conservazione. Ma il lavoro di Wakayama suggerisce che lo schema “editing + clonazione seriale ripetuta” non sia una strategia sostenibile a lungo termine, perché le mutazioni accumulate vanificherebbero gli sforzi per l’editing di precisione.

Nell’allevamento, dove si vorrebbero clonare esemplari élite modificati con CRISPR, si potrebbe ricorrere a grandi collezioni di cellule somatiche modificate a cui attingere ripetutamente per avere cellule donatrici di nucleo “pulite” e ridurre i cicli di clonazione seriale. Strategie ibride (editing + cicli occasionali di riproduzione sessuale) sono già consigliabili per gli animali modificati e usati come modello per studiare il decorso di malattie umane o per le iniziative volte alla conservazione di specie a rischio di estinzione.

Lo studio, pubblicato il 24 marzo 2026, chiude un capitolo aperto dallo stesso Wakayama nel 2013, quando i dati ottenuti fino alla 25ª generazione avevano lasciato sperare che la clonazione potesse continuare ancora a lungo. Ora sappiamo che non è così, e questa consapevolezza sarà utile a chiunque lavori all’intersezione tra editing genomico e tecnologie riproduttive.

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